Il 17 ottobre 2026 manifestazioni contro il caro vita, convocate attraverso un account social privo di referenti riconoscibili («Italia in piazza»), si sono svolte in tredici città. A Milano e a Bologna gruppi di alcune centinaia di persone si sono separati dai cortei e si sono scontrati con le forze dell'ordine; a Milano gli episodi sono proseguiti il giorno successivo.
Le informazioni disponibili, ancora parziali e di fonte giornalistica e di Questura, convergono su alcuni tratti: età molto bassa dei partecipanti agli scontri, quota elevata di minorenni tra i fermati, assenza di legami evidenti con organizzazioni politiche o centri sociali, presenza significativa di giovani italiani con background migratorio. Il dibattito pubblico ha però adottato rapidamente categorie interpretative già disponibili («guerriglia», «maranza», «seconde generazioni»), che classificano l'evento prima di descriverlo. Un'analisi sociologica richiede il procedimento inverso: sospendere provvisoriamente queste tipizzazioni e partire dall'osservazione delle situazioni.
L'ipotesi qui proposta è che gli scontri vadano letti come l'esito dell'incontro tra dinamiche situazionali della violenza, domande di riconoscimento e appartenenza, e un ambiente digitale che premia la visibilità.
Il materiale visuale disponibile consente alcune osservazioni.
La ricerca microsociologica ha mostrato che il confronto fisico diretto produce una tensione e una paura che la maggior parte degli individui non supera, e che la violenza si verifica soprattutto quando intervengono condizioni capaci di ridurre quella barriera: superiorità numerica, distanza dal bersaglio, anonimato, presenza di un pubblico, improvvise asimmetrie in cui l'avversario appare isolato o in difficoltà. Nelle riprese di Milano e Bologna queste condizioni ricorrono con regolarità: lanci di oggetti a distanza, volti coperti, avanzate e ritirate in corrispondenza dei movimenti dei cordoni, un nucleo attivo ridotto circondato da un numero più ampio di presenti che riprendono con il telefono. Il quadro è coerente con forme di violenza poco organizzate e scarsamente esperte, più che con un'azione pianificata. È coerente anche con la dimensione rituale dell'interazione collettiva, in cui la partecipazione a un momento di forte intensità emotiva genera senso di appartenenza e carica di significato simboli condivisi, come l'abbigliamento nero o l'occupazione di uno spazio centrale della città. I fattori situazionali chiariscono tuttavia le modalità della violenza; le ragioni della presenza di quei soggetti richiedono di allargare l'analisi.
Un primo livello riguarda l'appartenenza. Tra le immagini circolate ce n'è una in cui alcuni giovani con background migratorio espongono un tricolore davanti a un mezzo della polizia gridando «Viva l'Italia». L'episodio, isolato, non consente generalizzazioni, ma è compatibile con quanto la letteratura sulle migrazioni descrive come paradosso dell'integrazione: con il procedere dell'inclusione crescono le aspettative di partecipazione e di riconoscimento, e con esse la conflittualità. Le seconde generazioni tendono a non accettare la posizione marginale occupata dai genitori e rivendicano un accesso paritario a risorse e status. A questo si può aggiungere una frattura valoriale interna alle famiglie, tra modelli genitoriali spesso orientati alla discrezione e al sacrificio e una socializzazione giovanile in cui la visibilità costituisce una risorsa centrale.
La questione non riguarda soltanto le famiglie immigrate: la capacità degli adulti di trasmettere norme e significati si confronta ovunque con agenzie di socializzazione concorrenti, prime fra tutte le piattaforme. Rappresentazioni mediatiche che riducono questi giovani alla loro origine rischiano di rafforzare i processi di esclusione che contribuiscono a generare il conflitto.
Un secondo livello riguarda i consumi. Le manifestazioni erano convocate sul caro vita e a Milano hanno incluso danneggiamenti di negozi di marchi di lusso.
Le due circostanze possono essere messe in relazione senza attribuire ai danneggiamenti un significato politico.
Nelle società dell'iperconsumo la libertà si presenta soprattutto come libertà di scelta e di acquisto, mentre per una parte crescente dei giovani le condizioni materiali (redditi, abitazione, prospettive di mobilità) si restringono. In molte culture giovanili i beni di marca funzionano come segni di status e di identità di gruppo. L'attacco alle vetrine può essere letto, in via ipotetica, come espressione della distanza tra aspirazioni di consumo socialmente diffuse e possibilità effettive di realizzarle, analogamente a quanto osservato in altri contesti europei, come Londra nel 2011.
Il terzo livello, probabilmente il più rilevante, riguarda l'ambiente digitale. La mobilitazione è nata su Instagram, TikTok e Telegram, attraverso un soggetto senza responsabili identificabili, e gli scontri sono stati documentati in tempo reale dagli stessi partecipanti.
Ne derivano almeno tre conseguenze. La prima riguarda la convocazione: le piattaforme abbassano i costi della mobilitazione ma producono aggregati privi di struttura, di leadership e di canali di negoziazione, difficili da interpretare anche per le istituzioni.
La seconda riguarda gli incentivi: i sistemi di raccomandazione tendono a premiare contenuti ad alta intensità emotiva, e la prospettiva di essere visti può contribuire ad abbassare la soglia della violenza, sostituendo al pubblico presente un pubblico distribuito e potenzialmente illimitato. La terza ha a che fare con la reputazione (online): gli studi sulle bande giovanili hanno documentato da tempo l'uso dei social per costruire prestigio attraverso l'esibizione di atti violenti. Senza assimilare questi ragazzi a gruppi criminali, è possibile osservare la diffusione di una grammatica simile, fondata sulla ricerca di rispetto e visibilità.
Sono aspetti di ciò che ho definito “tecnodemia”: un ambiente infrastrutturale di dati e piattaforme, pervasivo e difficilmente eludibile, che orienta tempi, spazi e forme dell'azione sociale.
Lo stesso ambiente pone un problema di sicurezza diverso da quello tradizionale.
Le piattaforme ampliano la libertà di espressione e di aggregazione, ma rendono ogni azione registrabile e tracciabile: i video diffusi dai partecipanti costituiscono anche potenziale materiale probatorio, e il monitoraggio della rete diventa parte ordinaria della gestione dell'ordine pubblico. Si delinea così una tensione tra libertà e sicurezza che le società digitali non hanno ancora risolto, tra una libertà vissuta soprattutto come espressione immediata e una domanda di protezione che tende a tradursi in strumenti di controllo e in nuove norme. Restano aperte questioni di governance che non riguardano soltanto le forze dell'ordine: la responsabilità delle piattaforme nella diffusione di appelli anonimi e di contenuti violenti, la trasparenza dei sistemi di raccomandazione, i limiti della sorveglianza in rete. Su ciascuno di questi punti il rischio è che le due esigenze si rafforzino a vicenda senza trovare un equilibrio.
I tre livelli rinviano a un quadro più generale, che ho descritto come società instabile: un contesto segnato da shock ripetuti, sfiducia e ricerca di responsabili, in cui le istituzioni intermedie (famiglia, scuola, partiti, sindacati, associazioni) faticano a svolgere la funzione di trasformare il disagio in domanda politica articolata. In assenza di queste mediazioni la produzione di significato si sposta verso le piattaforme, che offrono repertori simbolici immediatamente disponibili ma poco adatti a sostenere rivendicazioni durature.
Serviranno ora dati più completi sui partecipanti, analisi sistematiche del ruolo delle piattaforme e spazi scolastici, istituzionali e territoriali in cui i bisogni espressi possano assumere forme verbali e negoziabili. Anche il linguaggio giornalistico ha una responsabilità specifica, perché le categorie con cui un evento viene nominato contribuiscono a definirne la realtà sociale e, di conseguenza, le risposte che riceve.
Riferimenti:
-
Buoncompagni G. (2017), Cyber-Gang: criminalità giovanile in Rete, «Media Duemila», 21 luglio.
-
Buoncompagni G. (2018), Tecnologie digitali e nuove forme di devianza giovanile in Rete, «Sicurezza e Scienze Sociali», 3/2017, pp. 58-72 (Franco Angeli)
-
Buoncompagni G. (2022), Instability, Edizioni La Gru, Sonnino.
-
Buoncompagni G. (2024), Tecnodemia. Oltre l'umano, Ikonos, Bergamo.
